Una volta ho sognato il paradiso. Avrò avuto vent’anni. Me lo ricordo ancora perché il mio inconscio ebbe il merito di non accontentarsi della
solita rappresentazione del paradiso fatta di nuvolette, santi barbuti con la tunica e gente con l’aureola, ma preferì virare verso lo
sperimentale. Quello che sognai ero un luogo senza consistenza, abitato da ombre luminose che sapevi essere stati persone, ma che non ne avevano più le sembianze; erano piuttosto entità che emanavano luce e pace. Il paradiso che sognai era così: non un posto, ma una sensazione di pace assoluta. Quello che ho visto fuori dal Madison Square Garden alla fine della seconda di due indescrivibili serate è la cosa che più si avvicina a quel sogno. Nel piazzale c’erano persone che si muovevano senza toccare terra ed emanavano una sensazione di quieta e assoluta pace. E non c’erano parole, perché nessuno riusciva a proferire verbo. Ho incontrato anche dei mailer, ci siamo guardati negli occhi e in quelli c’era lo specchio di come ci sentivamo, ma nessuno aveva nulla da dire. O meglio, non aveva nulla che riuscisse ad esprimere. Ci siamo guardati e quello è bastato per dire: sì, ho capito, sento la stessa cosa. Ora, a più di una settimana di distanza, dovrei e vorrei descrivere
queste due serate, ma l’impresa sembra ancora titanica. Come se nulla di quello che ho provato fosse riducibile in parole. Ed è così, infatti.
Ci proverò lo stesso.
PRIMA SERATA
La descrizione più calzante per questo primo concerto non è mia, ma della mia futura moglie. Uno dei mille motivi che fanno di questa
meravigliosa donna la mia anima gemella è la sua innata capacità di guardare il mondo con gli stessi occhi dell’Holden Caulfield di The
Catcher in the Rye: non vede il primo e più ordinario aspetto della realtà, ma il suo significato nascosto in terza o quarta fila. E’ una di
quelle rare persone che capisce benissimo che quando ti fanno un regalo, sotto sotto ti senti un po’ triste. Una di quelle persone che quando
vedono il laghetto di Central Park non possono fare a meno di chiedersi che fine fanno le papere che vi sguazzano quando d’inverno quello
specchio d’acqua diventa ghiacciato. Una di quelle persone per cui la realtà nel suo significato più evidente è terribilmente noiosa e che
quindi riesce a leggere nel mondo ciò che sfugge a noi comuni mortali. Grazie a questa dote, la mia Silvia è capace di uscirsene con frasi che
definiscono perfettamente un momento che nessun altro è capace di descrivere. E di inchiodarlo al muro con tre semplice parole.
Ed è così che nel bel mezzo dell’esecuzione di The wild, the innocent & the E street shuffle si è voltata verso di me e ha detto: “questa è un’allucinazione” Non era un’iperbole, non era nemmeno una domanda gioiosamente ironica, ma una semplice, dovuta constatazione. Mi stava informando di un fatto di per sé evidente: quella era un’allucinazione. Non aveva nulla di reale, né di palpabile. Quello cui stavamo assistendo era stato fabbricato con la materia di cui sono fatti i sogni. Il Garden si era sollevato dalle sue storiche fondamenta ed ora fluttuava da qualche
parte in un luogo che non esiste, tra l’isola che non c’è e il paese delle meraviglie. Noi eravamo lì, ma lì non era da nessuna parte.
Ho iniziato a sognare ben prima di ascoltare per la prima volta The Wild, the Innocent & the E Street Shuffle. Ho sognato luoghi e persone
che non c’erano sin da quando mi ricordo. Quel disco però diede un ordine e una cornice a tutta la mia fantasia. Parlava lo stesso
linguaggio, diceva le stesse cose, ma lo faceva meglio. Conoscevo già Spanish Johnny, ma non sapevo che quello fosse il suo nome. Ero già
stato mille volte in un posto come lo shore, ma ora quei luoghi avevano una consistenza. Non ero mai stato a New York, ma in fondo avevo sempre saputo come si doveva camminare per le sue strade. Quel disco mi dimostrò che al mondo c’era qualcuno che sognava nello stesso modo in cui lo facevo io. Una cosa che, a quattordici anni, mi diede un regalo unico e inestimabile: mi fece sentire meno solo.
Sono passati 25 anni e la mia fantasia non è più viva e invadente come a quel tempo; ma se voglio ricordare come sognavo allora, quale sapore e
profumo avesse la mia fantasia, mi basta riascoltare quel disco. E’ tutto lì, incapsulato in sette canzoni e lo sarà per sempre.
Essere presente all’esecuzione di Wild & Innocent ha avuto quel sapore e quel profumo, ma anche una strana forma di evanescente concretezza che solo i sogni possono avere. E’ stato come entrare in un luogo che dovrebbe essere negato ai mortali.L’unico modo che ho per descriverlo è questo: avete presente quel meraviglioso pezzo di Incident “Johnny was sittin’ on the fire escape watchin’ the kids playin’ down the street”? E’ un passaggio fantastico, c’è tutto il talento di scrivere in maniera cinematografica che aveva lo Springsteen di quegli anni. Vedere quella scena non è solo semplice, è inevitabile. Ma quella sera non si trattava solo di vederla; quella sera era come essere all’angolo di quella strada. Alzavi lo sguardo e vedevi Spanish Johnny sulla scala antincendio, lo abbassavi e vedevi i ragazzi. Avresti potuto anche parlarci, avresti potuto abbracciarli. Eri lì, con loro. Eri sullo shore mentre un ragazzo diceva addio a Sandy. E poi eri al circo, e accanto a Catlong che singhiozzava e sotto la finestra di Rosie e sulla Cadillac con Billy. Eri parte del contorno in cui si muovono i personaggi di un’opera d’arte e ballavi, camminavi, soffrivi e ridevi con loro. Ora, io potrei anche continuare e raccontarvi di come Bruce abbia incastonato quelle sette gemme sul palco, una dopo l’altra. Potrei parlarvi di come la sezione fiati ha fatto saltare il tetto del Garden su Kitty’s back o di come la sezione d’archi abbia portato New York City Serenade fino ad un livello di bellezza francamente insostenibile. Potrei dirvi e raccontarvi di quell’infinito, meraviglioso assolo alla
fine di Incident, o del passaggio tra questa e Rosalita. Potrei descrivere tanto e alla fine non dirvi niente. Sarebbero solo fatti, e
quella sera si è andati ben oltre. Una volta chiesero a Foreman se Muhammad Ali fosse il più grande pugile di tutti i tempi. Lui rispose secco: “No. Lui era più grande della boxe.” L’esecuzione di The Wild, The Innocent and the E Street Shuffle è stata più grande della musica.
SECONDA SERATA
Miglior concerto di sempre.
Ok, è un’opinione e come tale personale. E in fondo vale solo per i concerti che ho visto. Però questo show è talmente in cima alla mia
personale classifica che, come si suol dire, il secondo è arrivato terzo. Faccio anche fatica a immaginare che possa esistere qualcosa di
meglio di questa serata. Ve lo scrive uno che non mette The River nella sua sacra triade di dischi di Springsteen preferiti. E’ stata una serata perfetta che ha lasciato davvero senza parole. Parole che mi mancano anche al momento. Sono tornato solo ieri da New York, ho aperto la posta, ho letto tutti i messaggi di bruce_it e ho trovato un unico reportage. Eppure di mailer presenti ce n’erano parecchi. La cosa non mi ha minimamente sorpreso. Non sapevamo come parlare di questo concerto là fuori, appena terminato e non sappiamo come farlo ora. Posso solo dirvi quanto già detto all’inizio: ci sentivamo in pace, felici, esausti. Il modo in cui ti senti quando i grandi sogni si realizzano. Insegui per una vita il concerto perfetto e ti convinci che non esista e che va bene così, perché il bello è nella ricerca. Poi un giorno il concerto perfetto ti colpisce in piena faccia e tu rimani lì, con lo sguardo illuminato, un’espressione tra il commosso e l’ebete ed una pagina bianca in cui dovresti raccontare cosa è successo, ma non hai una singola buona parola per farlo.Tutto ciò che posso fare, perciò, è lasciarvi con una serie di immagini
di queste due serate. Solo cose che ricordo. Non sono un racconto, ma mettendole tutte assieme forse sapranno darvi un’idea di quello che è stato:
- Bruce che si inginocchia sul finale di Fade away. Bruce che allontana
sempre di più il microfono dalle labbra fino a che senti l’ultimo “I
don’t wanna fade away” urlato direttamente dalla sua voce, senza
amplificazione, nel quasi silenzio dei 20.000 del Garden
- Il rumore di 20.000 mascelle che cadono all’unisono quando entra la
sezione d’archi in NYC Serenade
- Bruce che canta Crush on you e sembra chiedersi “ho davvero scritto
questa cosa?”
- Lo sconvolgente, inenarrabile, selvaggio e primordiale muro di suono
prodotto dall’E street band su Crush on you
- L’improvvisa certezza che la convenzione di Ginevra debba dire
qualcosa a proposito di un concerto che inizia con Thundercrack e
finisce con Higher and higher
- L’intero settore 338 che, tutto in piedi, canta la più commovente
Sandy che abbia mai ascoltato
- L’intero settore 338 che zittisce con inaudita violenza due donne che
interpretano NYC Serenade come un buon momento per parlare delle
caratteristiche dei rispettivi cellulari.
- L’intero Garden che alla fine di Wreck on the highway si alza in piedi
per tributare un ammirato e infinito applauso al capolavoro lungo venti
canzoni cui hanno appena assistito
- Bruce che la seconda sera su Higher & higher trascina con se i coristi
fino al palchetto centrale dietro al pit
- Le fan che con un golpe danzante si appropriano di suddetto palco su
Dancing in the dark
- Bruce che dice “so, here we go, this is The wild… the innocent…
and the E street shuffle”
- Il ruggito incontenibile del Garden alla fine di NYC Serenade e Bruce
che lo accoglie quasi spaventato
- Il Garden che “canta” l’inizio strumentale di The price you pay,
neanche fossimo a Milano
- Bruce che canticchia la melodia di Sweet Soul Music a Curt Ramm e Curt
Ramm immediatamente esegue
- Bruce che pur di non far finire Sweet Soul Music prova a inventarsi le
parole
- Bruce che alla fine di Wreck on the highway chiama Roy, Max, Garry,
Clarence e Steve a prendere l’ovazione del Garden: “These are the guys
who recorded the record. And Phantom Danny Federici”
- Nils che, dieci passi più dietro, è quello che applaude più convinto
in tutta l’arena
- L’italiano che entrando al cesso mi guarda, agita il pugno e urla “sto
per cagare al Garden!!!”
- Bruce con le maracas su I wanna marry you
- Il Garden che canta The river
- Miami Steve Van Zandt, l’unico essere umano cui dovrebbe essere
concesso di fare i cori in una canzone di Springsteen
- I can’t help falling in love with you, così, dal nulla
- Il finale infinito di Higher and higher la seconda sera, con Bruce che
balla scatenato e sembra l’uomo più felice del mondo
- Bruce che non è l’uomo più felice del mondo, solo perché io lo sono
più di lui a vederlo ballare a quel modo